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Panoramica Generale

Lezione 01 Panoramica Generale

Siete li con la vostra reflex e vi aspettate che cominci a darvi indicazioni pratiche su come ottenere un particolare effetto, come fare le foto in chiesa, al tramonto, le macro o altro?

Eh no!  Prima un po’ di teoria 🙂
Intanto dov’è il manuale della vostra fotocamera? Non lo avrete mica messo via dopo avergli dato uno sguardo all’inizio giusto per capire come si mette la cinghia? E’ il momento di riprenderlo. Sarà il vostro punto di riferimento per le applicazioni pratiche di ciò che vi insegnerò.

Se siete completamente a digiuno di conoscenze, da adesso fino a nuovo ordine scattate in automatico.“Come, ho una reflex e scatto in automatico?“ Abbandonate ogni pregiudizio di questo tipo. Non si scattano foto per dimostrare a qualcuno o a se stessi di saper scattare in manuale. Lo scopo è fare foto al meglio delle nostre possibilità e se non abbiamo idea di cosa siano le altre modalità, al meglio = in automatico. Nel frattempo prendete dimestichezza con l’impugnatura (vedi manuale), prendete l’abitudine di tenere la cinghia al collo, esercitatevi con inquadrature orizzontali, verticali, oblique, vicino, lontane. Se avete più di un obiettivo provate a interscambiarli (attenti a non far entrare polvere). Scattate, eliminate, scaricate sul PC, svuotate la scheda di memoria, ricaricate la batteria. Insomma di cose da fare ne avete.

Intanto vi esporrò alcuni concetti chiave nell’ambito della creazione di una fotografia. Forse li troverete un po’ noiosi e forse troppo tecnici ma credo che con un piccolo sforzo si possa arrivare alla fine di queste prime lezioni e aver costruito delle basi solide per tutti i perché e i per come che arriveranno in futuro. Mi scuso se nel tentativo di semplificarli saranno riportati in maniera un po’ grossolana e imprecisa.

Cominciamo.
Tutto ciò che vediamo è dovuto alla luce. Che bella scoperta :)! La luce colpisce gli oggetti e parte di essa “rimbalza” verso i nostri occhi portando con se le informazioni dei punti su cui si è riflessa, entra nelle pupille e colpisce la retina. La retina è sensibile alla luce nel senso che, sollecitata da essa, produce un segnale pronto per essere elaborato dal cervello il quale lo decodifica e ricrea nella nostra testa un’ immagine fedelissima (se la vista è buona) con quanto presente dinnanzi a noi.

Va grosso modo così. Ed è così che va anche per le foto. La luce riflessa da ogni singolo punto di una scena passa attraverso l’obiettivo per andare poi a colpire il sensore (ex pellicola) il quale trasforma in digitale le informazioni della luce che lo colpisce, le invia al processore che a sua volta le elabora e produce un file con la foto finale. La foto quindi, così come ciò che vediamo, è scritta dalla luce… anzi, dalla luce riflessa.

Per comprendere meglio tutti i vari meccanismi e le dinamiche che intercorrono tra le varie componenti, bisogna esaminare come il singolo punto di una scena venga riportato sul sensore. In questa fase farò infatti spesso riferimento a un punto di una scena piuttosto che a un oggetto/soggetto o l’intera scena stessa.

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Una parte della luce che colpisce un punto viene assorbita mentre un’altra viene riflessa.
I vari fasci di luce riflessa dai vari punti, attraverso l’obiettivo, diventano coni rovesciati.
Tutta la scena quindi, all’interno dell’obiettivo, è rappresentata da miliardi di coni.
Ogni cono ha un colore e un’ intensità. L’intensità dipende dalla sorgente di luce ma varia da punto a punto a seconda se questi sono più chiari o più scuri. Un cono riflesso da un punto marrone sarà meno intenso di un cono riflesso da un punto giallo canarino. E’ questa differenza di intensità tra cono a cono che si rispecchierà sul sensore ricostruendo la foto. Sul sensore (così come sulla retina) la scena viene ricostruita al contrario per poi essere rovesciata dal processore. Ma questo poco importa ai nostri fini.

Rianalizziamo meglio i componenti della nostra reflex coinvolti in questo processo di canalizzazione della luce verso il sensore.

L’obiettivo ha il compito di raccogliere la luce che ha di fronte e inviarla verso il sensore. E’ composto da una serie di lenti che ricevono miliardi di fasci di luce riflessa dai miliardi di punti della scena, ribaltandoli, sotto forma di miliardi di coni, uno per punto, verso il sensore. Alcune di queste lenti sono mobili in quanto regolabili affinché i coni (almeno quelli proveniente dai punti del soggetto principale di una scena) colpiscano il sensore esattamente con la loro punta ottenendo così che a ogni punto sulla scena corrisponda (più o meno) un punto sul sensore.
Verso l’interno dell’obiettivo, dopo le lenti, è presente un altro componente chiave: il diaframma.

Il diaframma è un componente composto da una serie di lamelle che compongono un foro pressoché circolare la cui larghezza è regolabile in modo da poter essere più ampio o più stretto e ha lo scopo di restringere i coni di luce indirizzati verso il sensore. Con un diaframma molto chiuso avremo tutti i coni molto sottili, mentre con un diaframma molto aperto avremo tutti i coni più larghi. Perché dovremmo avere la necessità di assottigliare i coni di luce col diaframma? Per adesso limitiamoci a dire che un cono più stretto è un cono più debole: meno luminoso. Nelle prossime lezioni vedremo come la sua larghezza incide significativamente sulla foto.

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Il sensore è un dispositivo di forma rettangolare situato all’interno del corpo macchina ed è posto in modo da poter ricevere tutti i coni di luce proiettati dalle lenti attraverso il diaframma. La sua superficie rivolta verso i coni è composta da migliaia di diodi (diodi fotorilevatori) che grazie a una stimolazione elettronica regolabile sono capaci di “caricarsi di luce” riportando in informazioni digitali il colore e la luminosità dei punti di origine. E’ possibile infatti aumentare la loro stimolazione elettronica rendendoli più sensibili e quindi in grado di caricarsi in maniera più rapida.
(Per nostra comodità sto dando per buono che ogni diodo decodifica dal cono sia il colore che la luminosità ma in realtà il discorso del colore è un po’ più complesso e sarà analizzato magari in futuro).
Attenzione a questo passaggio. La luminosità catturata dal diodo dipende dunque: dalla sua sensibilità al momento dell’impatto, dall’intensità del cono (che dipende a sua volta sia dalla fonte di origine che dalla dimensione del diaframma) e dalla durata di tempo che il diodo viene esposto al cono. Se i diodi vengono esposti alla luce (cioè a miliardi di coni) per un tempo più lungo del necessario essi si caricano più del “giusto” riportando una luminosità superiore a quella reale falsando così l’immagine la quale risulterà chiarissima o addirittura bianca. Viceversa, se esponiamo il sensore per un tempo più corto del necessario avremo una foto scura o addirittura nera. Per una foto corretta quindi, il sensore deve essere esposto ai coni solo per un certo tempo che chiamiamo tempo di esposizione.

Per tale scopo c’è l’otturatore. L’otturatore si trova sul corpo macchina davanti al sensore impedendo così ai coni di colpirlo. E’ composto da due tendine che in modo molto organizzato si aprono al momento dello scatto.

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Ma quant’è questo tempo necessario che il sensore deve essere esposto ai coni per avere una foto corretta? Un secondo? Un minuto? ½ Secondo? 1/1000 di secondo? Non esiste un tempo che sia valido per tutte le scene. Il tempo di esposizione dipende:

– dalla luminosità della scena: se stiamo scattando una foto in spiaggia in pieno sole, i coni saranno molto “forti” quindi basterà pochissimo tempo ai diodi per caricarsi

– dall’apertura del diaframma: con un diaframma chiuso i coni saranno più sottili, quindi più deboli, e i diodi impiegheranno più tempo per caricarsi

– dalla sensibilità (ISO) dei diodi, che come vi accennavo, è regolabile: se i diodi vengono “eccitati” da un segnale elettrico maggiore diventano più sensibili e si caricheranno più in fretta.

Abbiamo quindi bisogno di conoscere anche la luminosità della scena.
I fotografi di esperienza potrebbero anche essere in grado di valutarla “a occhio”  e capire quale possa essere il tempo di esposizione giusto (tenendo in considerazione anche l’apertura del diaframma e la sensibilità ISO) ma ormai sempre più spesso anche loro si affidano al sofisticato componente creato apposta per questo scopo: l’esposimetro.

L’esposimetro è uno strumento presente ormai su tutte le fotocamere ed è in grado di valutare l’intensità  “media” dei coni che la scena riflette (luminosità) e che oltrepassano la lente. L’esposimetro, fatta la sua valutazione, fornisce direttamente il tempo di esposizione. Anzi, questo (con l’ausilio del processore) può prendere in realtà controllo su tutti o alcuni di quelli che sono i tre parametri chiave per lo scatto corretto di una foto: Apertura del diaframma – Sensibilità ISO – Tempo di esposizione. La determinazione dei valori di questi tre fattori, fondamentali e collegati tra loro, è definita esposizione.

Dopo lo scatto infine, quando l’otturatore si richiude, il processore raccoglie i dati digitalizzati dal sensore e può, a seconda di cosa preferisce il fotografo, salvarli così come sono, cioè “grezzi” in un file detto RAW  e/o li può elaborare tramite un processo software creando subito un file di immagine JPEG.

Questi concetti sono il cuore di tutto ciò che è la realizzazione di una foto. Probabilmente è il caso di rileggere ancora una volta quanto detto per cominciare ad assimilarli bene, associando velocemente termini come Otturatore, Diaframma, Sensore, ISO, Esposimetro e Esposizione al loro corretto significato. Successivamente tratteremo singolarmente ognuno di essi per capirne meglio il loro utilizzo.

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