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Tempo di Esposizione e Mosso

Lezione 04 Tempo di Esposizione e Mosso

Cosa succede se, mentre con una penna cerchiamo di mettere un punto su una pagina di un quaderno, qualcuno ci sposta il quaderno? Forse viene fuori un graffio. Anche se ci trema la mano rischiamo la stessa cosa. E se provassimo a mettere il punto in maniera velocissima, un tocco veloce e via? Forse riusciamo a farcela. Anche per i coni di luce è la stessa cosa. L’otturatore si apre per un certo tempo e i coni colpiscono il sensore. Se durante quel tempo la macchina si muove i coni “scriveranno” delle linee invece che dei punti. Accade anche se la macchina è ferma e a muoversi sono i coni. I coni si muovono? Eh si se provengono da un soggetto in movimento. In ogni caso non avremo una foto nitida ma mossa.

Mosso

Il mosso è spesso il peggior nemico del fotografo. A volte viene sfruttato in maniera creativa e altre volte è addirittura utile per raccontare, in una foto, un movimento particolare, un’azione. Ma credetemi, sono di più le volte che va combattuto. Può essere evitato in diversi modi a seconda delle circostanze. Alcuni modi richiedono dei compromessi qualitativi dell’immagine stessa, altri richiedono attrezzature aggiuntive come ad esempio il flash o il cavalletto.

Così come per il punto sulla pagina del quaderno, anche per i coni, un tempo di esposizione più breve diminuirebbe il rischio mosso. Diciamo quindi che il pericolo mosso è legato al tempo di esposizione. Come già accennato nella Panoramica Generale, il tempo di esposizione è il tempo necessario affinché i coni possano imprimersi sul sensore e esso dipende innanzitutto dall’intensità di luce dei coni e quindi dalla luminosità della scena.

Continuiamo a scattare in P. Impariamo a leggere qual è il tempo di esposizione che l’esposimetro determina. L’informazione è presente sia sul display sia all’interno del mirino. Guardando in basso, nel mirino, troverete una serie di valori, consultate il manuale e identificate qual è il valore del tempo di esposizione. E’ un valore espresso o in secondi o in frazioni di secondi. Attenzione: nel caso di frazioni di secondi viene indicato solo il denominatore. Se ad esempio leggete 0.5” si tratta di mezzo secondo, mente se leggete 8 significa 1/8 di secondo (il doppio apice è il modo per distinguerli). Per adesso dategli uno sguardo subito dopo la messa a fuoco. Imparate anche a individuare il tempo di esposizione utilizzato, tra le info, di foto già scattate.

Se una foto, senza flash in casa di sera, ha bisogno ad esempio di 2” di esposizione per essere impressa sul sensore, siate certi che anche se siete calmi, immobili, trattenete il respiro ecc, la foto presenterebbe del mosso. Se poggiassimo la macchina su un tavolo o un cavalletto? Ottima idea, è la soluzione migliore se si sta fotografando ad esempio un vaso. Ma se si sta fotografando una persona? Un bambino ad esempio. La macchina resterebbe ferma ma far restare perfettamente immobile per due secondi una persona è veramente difficile.

Prima di capire “come” raggirare il pericolo mosso impariamo a capire “quando”. Quand’è che siamo a rischio mosso? In linea di massima, all’aperto in una giornata soleggiata, il tempo di esposizione è molto veloce, potrebbe arrivare a valori come 1/4000 di secondo. E’ un tempo che allontana ogni pericolo di mosso. I problemi nascono quando la sorgente di luce non è sufficientemente intensa, come ad esempio in casa. Qual è allora il tempo minimo che ci garantisce, a patto che ci impegniamo comunque a non saltare e ballare mentre scattiamo :), che la foto non venga mossa? Qual è il tempo che ci permette di scattare in sicurezza.
Per saperlo bisogna considerare anche la lunghezza focale.

Avete mai guardato attraverso un cannocchiale o un binocolo? Mentre osservate un oggetto, al minimo movimento vi ritroverete a osservare oggetti distanti decine di metri da ciò che volevate guardare. Succede anche con i teleobiettivi. Se guardiamo attraverso il mirino con una focale 200mm noteremo che un minimo tremolio fa “ballare l’immagine”. Quell’immagine che balla è rappresentata da miliardi di coni che corrono avanti e indietro sull’otturatore, pronti a “graffiare” il sensore appena questo si apre. Se sto scattando invece con un 18mm i coni non si muoveranno così tanto, potrebbe bastare un tempo veloce ma non necessariamente velocissimo.

Diciamo quindi che il tempo di sicurezza per evitare il mosso dipende dalla lunghezza focale. Esiste una regola generale, creata su base empirica, molto efficace e facile da ricordare.

focale 18mm tempo di sicurezza 1/18 circa
focale 30mm tempo di sicurezza 1/30 circa
focale 50mm tempo di sicurezza 1/50 circa

focale 300mm tempo di sicurezza 1/300 circa

Significa che se ad esempio stiamo scattando a mano libera (senza l’ausilio di un cavalletto o di un appoggio qualsiasi) con una lunghezza focale di 50mm i tempi di esposizione che ci garantiscono di non avere il mosso vanno da 1/50 in giù.

La tecnologia va avanti e le regole vanno riviste.
Molti obiettivi sono muniti di stabilizzatore, un sistema ottico-elettrico in grado di contrastare istantaneamente parte del movimento provocato dalla nostra incapacità di tenere salda la fotocamera. Ciò vuol dire che, scattando con un obiettivo munito di stabilizzatore, è possibile avere una foto non mossa anche con tempi più lenti di quelli elencati prima. Di quanto, dipende dallo stabilizzatore e dalla nostra capacità di restare fermi. Considerando che anche i valori elencati prima siano solo indicativi, solo con delle prove sul campo riuscirete a farvi un’idea di quale sia il vostro tempo di sicurezza con e senza lo stabilizzatore. Personalmente, anche con stabilizzatore in funzione, considero tempo di sicurezza un valore non troppo lontano da quelli indicati in precedenza.

Dato che il rischio di avere una foto mossa aumenta con l’aumentare della distanza focale, lo stabilizzatore diventa di grande aiuto sopratutto sulle focali lunghe. Su obiettivi grandangolari, con focali che vanno dagli 8 ai 18 millimetri, è improbabile addirittura che sia presente. Farebbe alzare il peso e il costo dell’obiettivo per cui non ne varrebbe la pena vista la scarsa necessità. Un teleobiettivo con focali dai 70 millimetri in su invece, senza stabilizzatore è più difficili da gestire.

Ovviamente stiamo parlando di un sistema che contrasta i micro-movimenti del fotografo, non i movimenti dei soggetti che si muovono all’interno della scena. Un soggetto che in condizioni di luce insufficiente si muove, resta un problema che lo stabilizzatore non risolve.
Lo stabilizzatore, quando presente, è attivabile/disattivabile tramite un apposito interruttore presente sull’obiettivo. Questa possibilità è data perché a volte è opportuno disattivarlo. E’ un componente che, anche se non tantissimo, incide sul consumo della batteria. Se siamo all’aperto in condizioni di luce intensa, con tempi di esposizioni ben più veloci dei tempi di sicurezza, converrebbe spegnerlo. E’ importantissimo spegnerlo invece quando si scattano foto con macchina sul cavalletto e sono previsti dei tempi di esposizione lunghi. In quel caso non solo è inutile perché non c’è la necessità di contrastare alcun nostro movimento, ma è addirittura controproducente. Lui stesso infatti genera una piccola vibrazione. In foto con tempi più brevi di un secondo questa vibrazione è del tutto insignificante, mentre su foto con esposizione di oltre un secondo, riporta sulla foto un micro-mosso.

Su alcune macchine professionali lo stabilizzatore è integrato sulla macchina in modo da agire direttamente sul sensore per contrastare i movimenti.

Quando impareremo a mettere la mani sui tre parametri chiave di uno scatto, sensibilità ISO, apertura del diaframma e tempo di esposizione, dovremo avere bene in mente la relazione che c’è tra i tempi di esposizione e il rischio mosso per impostarli al meglio ed evitarlo.

Il vostro obiettivo è stabilizzato? E’ un’informazione presente nella sigla. Canon 18-55 IS, ad esempio, è un obiettivo zoom normale con lunghezza focale che può andare dai 18 ai 55 millimetri e IS (Image Stabilization) indica la presenza dello stabilizzatore. Attenzione che IS è una sigla esclusiva di Canon, per Nikon c’è VR (Vibration Reduction) e per altri produttori altre sigle ancora. Se è stabilizzato troverete un interruttore per accenderlo e spegnerlo.

Vediamolo all’opera: in casa, scattando in P senza flash, accendetelo, impostate la massima focale possibile con l’apposita ghiera, mettete a fuoco un oggetto immobile, provate a tremare leggermente mentre scattate. Fate la stessa cosa con lo stabilizzatore spento e notate la differenza tra le due immagini prodotte. Ripetete la stessa prova usando la focale minima, la differenza dovrebbe essere minore questa volta.

Continuate a scattare in P osservando ogni volta il tempo di esposizione che da la macchina, è un tempo “sicuro”? se la risposta è no valutate la foto per capire se è mossa.

Il mosso in alcune foto a volte è ricercato, con criterio ma è voluto. Ecco alcune immagini in cui è stato sfruttato in maniera creativa.

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